L’amministrazione di sostegno tra esigenze di protezione e salvaguardia della capacità d’agire.

Come ormai noto nella giurisprudenza nazionale ed internazionale, la decisione di sottoporre una persona ad Amministrazione di Sostegno, con la conseguente privazione di parte della sua capacità d’agire, non può essere basata su una mera constatazione di dissolutezza e indebolimento fisico e mentale di un soggetto, bensì richiede una valutazione attenta e precisa di tutti i fattori e requisiti richiesti dalla legge per l’applicazione.

Tra i requisiti principali vi è senza dubbio la presenza di un’infermità o menomazione fisica o psichica per effetto della quale il soggetto si trovi nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi (art. 404, comma 1, c.c.).

Ne deriva, quindi, l’esecuzione di un duplice accertamento ad opera del giudice: il primo concerne la sussistenza di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica (requisito soggettivo), e il secondo invece riguarda l’incidenza di tali condizioni sulla capacità del soggetto di provvedere ai propri interessi (requisito oggettivo).


Pertanto, seppur il dettato della norma sembrerebbe consentire l’applicazione dell’istituto anche in presenza di una mera menomazione fisica, numerose pronunce della Corte di Cassazione hanno evidenziato come l’Amministrazione di Sostegno presupponga comunque una condizione di (seppur non necessariamente totale) menomazione della capacità di intendere e volere, dalla quale derivi l’impossibilità di provvedere ai propri interessi.


E’ quindi da escludersi che a tale forma di tutela possa ricorrersi nei casi in cui vi sia piena capacità di autodeterminarsi e la menomazione sia esclusivamente fisica: tale utilizzo limiterebbe ingiustificatamente la capacità di agire della persona, a maggior ragione nel caso in cui la volontà contraria sia anche stata manifestata dal soggetto pienamente lucido.


In tal senso si è recentemente espressa la Corte di Cassazione con la sentenza n. 32542/2022: “L’amministrazione di sostegno, ancorché non esiga che si versi in uno stato di vera e propria incapacità di intendere o di volere, nondimeno presuppone che la persona, per effetto di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica, si trovi nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, mentre è escluso il ricorso all’istituto nei confronti di chi si trovi nella piena capacità di autodeterminarsi, pur in condizioni di menomazione fisica, in funzione di asserite esigenze di gestione patrimoniale.”

Avv. Elena Mura

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